RAPPORTO “L’ITALIA DELLE POVERTÀ” - ALLEANZA CONTRO LA POVERTÀ IN ITALIA
- sinistraitalianage

- 10 ore fa
- Tempo di lettura: 4 min

Diversamente alla narrazione del governo che dipinge il paese nel benessere, il Rapporto dell’Alleanza contro la Povertà restituisce un’immagine dell’Italia in cui la povertà non è un fenomeno marginale, né confinato a gruppi estremi, ma una condizione strutturale che attraversa la società in forme diverse. È un processo che si sviluppa nel tempo, influenzato da eventi biografici, condizioni lavorative, qualità dei servizi e accesso ai diritti. Non è una colpa individuale, ma il risultato dell’incontro — o dello scontro — tra risorse disponibili e vincoli istituzionali.
I dati più recenti mostrano con chiarezza la portata del fenomeno. Nel 2024, secondo l’Istat, oltre 2,2 milioni di famiglie vivono in povertà assoluta, pari all’8,4% delle famiglie residenti. Se si considera la povertà relativa, la quota sale a 2,8 milioni di famiglie, cioè il 10,9% del totale. Ma il Rapporto insiste su un punto fondamentale: queste percentuali non raccontano tutto. Attorno alla linea di povertà si muove un’ampia fascia di popolazione che, pur non rientrando nelle categorie ufficiali, vive condizioni di vulnerabilità economica e sociale.
Le famiglie “quasi povere”, cioè con consumi appena superiori alla soglia di povertà relativa (tra +10% e +20%), rappresentano l’8,2% delle famiglie italiane. A queste si aggiunge un 6% di famiglie “appena povere”, con consumi inferiori del 10–20% rispetto alla soglia. In totale, quasi una famiglia su sette (il 14,2%) vive in un equilibrio fragile, dove basta un imprevisto per scivolare in una condizione più grave. Queste situazioni non sono più percepite come eccezioni: fanno parte della normalità quotidiana, si incontrano nei luoghi di lavoro, nei quartieri, nelle reti di amicizia.
Accanto a questa zona grigia, esiste una fascia più ristretta ma stabile di famiglie in povertà severa, circa il 4,9% del totale, che vive con consumi inferiori di oltre il 20% rispetto alla linea standard. Sono famiglie spesso escluse dal mercato del lavoro, prive di reti di supporto e con un accesso insufficiente ai servizi. La loro condizione è meno visibile, ma non meno radicata.
Il Rapporto sottolinea come il lavoro non sia più una garanzia di sicurezza economica. L’aumento dell’occupazione registrato negli ultimi anni non ha ridotto la povertà, perché una parte crescente dei lavoratori vive con salari insufficienti, contratti precari o orari ridotti. La figura del “lavoratore povero” non è più un’eccezione, ma una componente strutturale del mercato del lavoro italiano. L’idea che l’inclusione lavorativa coincida automaticamente con l’inclusione sociale non regge più: servono politiche che tengano insieme reddito, servizi, abitazione, istruzione e reti sociali.
Anche gli strumenti statistici, pur indispensabili, mostrano limiti evidenti. Le misurazioni catturano ciò che è standardizzabile — consumi, redditi, privazioni materiali — ma non riescono a rappresentare la dimensione temporale della vulnerabilità, le transizioni familiari, la qualità delle relazioni, le differenze territoriali. Gli indicatori non descrivono semplicemente la povertà: contribuiscono a definirne i confini, rendendo visibili alcuni aspetti e invisibili altri. Per questo il Rapporto invita a un uso critico dei dati, consapevole del fatto che nessuna misura può esaurire la complessità delle vite reali.
Sul fronte delle politiche, l’analisi dell’Assegno di Inclusione e del Supporto per la Formazione e il Lavoro mostra una distanza significativa tra la logica amministrativa e le biografie delle persone. Requisiti rigidi, tempi lunghi, differenze territoriali e capacità limitate dei servizi rischiano di lasciare fuori proprio chi avrebbe più bisogno di sostegno. Le politiche funzionano solo se riconoscono la natura processuale della povertà e se si inseriscono in un sistema di servizi capace di accompagnare le persone nel tempo, non solo di verificarne i requisiti.
Un altro elemento decisivo è il ruolo dei media. Il modo in cui la povertà viene raccontata contribuisce a determinarne la percezione pubblica e, indirettamente, le scelte politiche. I quotidiani tendono a usare numeri senza contesto, storie esemplari che semplificano, frame moralizzanti che alimentano stigma o paura. La povertà diventa così un oggetto narrativo, più che una realtà sociale complessa. Ciò che viene reso visibile — e ciò che viene taciuto — influisce su chi è riconosciuto come “meritevole” di aiuto e chi invece resta senza voce.
Il Rapporto invita a un cambio di prospettiva: la povertà non è un’emergenza da affrontare a ondate, ma un terreno su cui investire in modo continuo. Richiede politiche stabili, servizi forti, cooperazione tra istituzioni e società civile, e un linguaggio pubblico capace di restituire dignità alle persone. In un contesto segnato da inflazione, precarietà, crisi abitativa e vulnerabilità energetica, emergono nuove figure di povertà — lavoratori poveri, giovani senza autonomia, famiglie monoreddito, donne sole con figli, anziani proprietari ma con redditi insufficienti — che sfidano le categorie tradizionali.
La povertà, conclude il Rapporto, è una questione centrale per la tenuta democratica del Paese. Non riguarda solo chi la vive direttamente: riguarda tutti, perché definisce il tipo di società in cui vogliamo vivere. Combatterla significa riconoscerla nella sua complessità, costruire politiche basate sui diritti e non sull’emergenza, e promuovere una narrazione pubblica che unisca invece di dividere.
Di Roberto Bittarello
Il Report completo è disponibile a questo link







Commenti